È morto Alfredo Martini, storico ct dell’Italbici

Dal 1975 al 1997 fu a capo della Nazionale e vinse 6 volte il Mondiale. Aveva 93 anni

Per tutti era e resterà sempre il “citì”. Alfredo Martini, ex corridore professionista ai tempi di Bartali e Coppi, poi direttore sportivo e infine storico commissario tecnico azzurro, è morto all’età di 93 anni presso l’ospedale fiorentino di Careggi, dove era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue già precarie condizioni di salute. Lo scorso mese di febbraio si era infatti sentito male nella propria abitazione di Sesto Fiorentino, dopo che nei mesi precedenti aveva accusato altri problemi di salute - due interventi chirurgici, i postumi di una caduta domestica - tanto che non aveva nemmeno potuto assistere, nello scorso settembre, alle gare iridate dei Mondiali su strada di Firenze 2013.  

Con Martini scompare l’ultimo grande interprete e testimone del ciclismo eroico a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Nato a Firenze il 18 febbraio del 1921, aveva cominciato a correre in bicicletta nel 1936, gareggiando fra i professionisti dal 1941 al 1957. Nella sua lunga carriera ottenne dieci vittorie (fra le quali un Giro dell’Appennino e un Giro del Piemonte) e salì sul podio nel Giro d’Italia 1950 - terzo dietro a Koblet e Bartali - vincendo anche una tappa, proprio nella “sua” Firenze, e vestendo per un giorno la maglia rosa. I più vecchi suiveurs del ciclismo lo ricordano inoltre fra i protagonisti di una delle imprese più leggendarie nella storia del ciclismo, la mitica fuga di Fausto Coppi il 10 giugno 1949 nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia, quando il Campionissimo scalò da solo il Colle della Maddalena, il Vars, l’Izoard, il Monginevro e il Sestriere, giungendo al traguardo con 11’52” su Gino Bartali, suo tenace antagonista di quegli anni, e 19’41” su Alfredo Martini. Che un Giro d’Italia alla fine riuscì anche a conquistarlo, ma come direttore sportivo dello svedese Gösta Pettersson sull’ammiraglia del team Ferretti nel 1971. 

Le sue straordinarie qualità di tecnico emersero soprattutto come ct della Nazionale italiana dal 1975 al 1997, che portarono i corridori azzurri a conquistare il titolo iridato con Francesco Moser (1977), Giuseppe Saronni (1982), Moreno Argentin (1986), Maurizio Fondriest (1988) e Gianni Bugno (1991 e 1992), oltre a sette medaglie d’argento e altrettante di bronzo. Non a caso Martini, alla fine del suo mandato di ct, venne nominato supervisore di tutte le squadre Nazionali italiane di ciclismo e Presidente Onorario della nostra Federazione Ciclistica.  

Resteranno preziosi e inimitabili, per saggezza e umanità, i suoi insegnamenti e la sua ricchissima aneddotica, sempre sorretta da una memoria e da una lucidità prodigiose. “Non pensavo di vivere così a lungo, anche se non mi sono mai posto traguardi particolari - si legge, come in una sorta di appassionato e struggente testamento, nel libro “La Vita è una ruota”, uscito quest’anno e scritto dallo stesso Martini con il collega Marco Pastonesi -. Alfredo Binda (ciclista degli anni 20 e 30, uno dei più grandi di sempre, ndr) diceva che la vita a 20 anni è un dono, a 60 una difesa, a 70 una conquista. Mi permetto di aggiungere che, dai 90 anni in poi, il regalo più bello è ogni giorno in più che passa. Non ho ricette speciali per la salute né per la longevità. Però penso che avere sempre davanti un traguardo, nella vita, aiuti. Ai miei nipoti ho sempre suggerito di fare la cosa che più gli garba. E solo così la vita vola via, libera e leggera, come la mia. In un soffio”.

(fonte: la stampa)

Psicologia dello sport