Dopo il pari con il Catania, la rottura con i sostenitori rossoneri è sempre più evidente: fischi e proteste, nonostante la squadra - teoricamente - sia ancora in corsa per lo scudetto. Ma il distacco di San Siro è lo specchio di un malessere che coinvolge tutto il calcio, sottomesso allo strapotere della tv.
MILANO - Fermato dal Catania su un mediocre pareggio casalingo, il terzo di seguito, da domenica pomeriggio il Milan è ufficialmente in fase di gelo con i suoi tifosi: non è proprio il massimo, per chi in teoria può ancora vincere lo scudetto. Ma è l'effetto più evidente di una stagione che non ha mai riscaldato i cuori rossoneri. Di sicuro contribuisce al raffreddamento la nuvola di incertezza che avvolge da tempo il club, privo della coperta di Linus del mediatore Ancelotti. Nella percezione del tifoso medio la posizione di Leonardo resta in bilico, al di là della pubblica riconferma da parte di Galliani e delle cicliche voci su Lippi. E la campagna acquisti resta improntata al minimalismo, al di là del bilancio economico riassestato e dell'opportunità di resistere alle sirene di Real Madrid e Chelsea per Pato.
Ma quale che sia l'esito progettuale di un campionato indirizzato verso il terzo posto, il dato innegabile è il progressivo disamoramento della folla. Soltanto l'impennata verso la cima della classifica, resa improba da un calendario scorbutico (Sampdoria, Palermo e Genoa in trasferta, Fiorentina e Juventus in casa), può riavvicinare davvero una tifoseria ormai tiepida. Tolta la curva Sud, innamorata per definizione, il pubblico del Milan ha del resto fama non immeritata di snobismo: forse troppo avvezzo al caviale e allo champagne, tende facilmente a fare lo schizzinoso, quando le portate sono un po' più rustiche, se non addirittura ad abbandonare la squadra al suo destino. Ne sono la prova i fischi per il pessimo primo tempo col Catania, chiuso sullo 0-2, che hanno irritato Leonardo, allenatore decisamente attento alle parole. Li ha definiti una "presa di distanza" e si è detto "sorpreso".
Gli eleganti eufemismi del poliglotta brasiliano non possono mascherarne la voluta forzatura: chi ci ama ci segua, è lo slogan che meglio rappresenta lo stato d'animo del tecnico, sempre più convinto che la sua squadra stia compiendo un miracolo, nell'essere ancora in corsa per lo scudetto a un mese dalla fine del campionato. In pratica Leonardo ha inteso certificare il fatto che lui e i giocatori combatteranno da soli la loro battaglia: la maggioranza dello stadio di San Siro non li aiuta e Berlusconi, con le sue ripetute punzecchiature tattiche a mezzo stampa (cioè con la prassi degli spifferi parlamentari, che attestano attraverso il trucco delle chiacchiere informali coi senatori del Pdl l'insoddisfazione per il lavoro di Leonardo), è la massima espressione di questo algido distacco della folla. I segnali, in verità, erano già disseminati lungo tutta la stagione, a prescindere dagli interventi del padrone. Molti abbonati si sono allontanati fin dall'inizio: alcuni perfino a campionato in corso, per nulla sedotti dalla svolta offensivistica del gioco. La campagna per il tesseramento nel girone di ritorno, promossa da Galliani con l'ausilio degli ingaggi di Beckham e Mancini, è fallita. Lo stadio è spesso mezzo vuoto. Per vederlo mezzo pieno, secondo la metafora del bicchiere applicata al Meazza, c'è stato bisogno di popolare la curva Nord di bambini.
L'intelligente apertura alle scuole calcio ha avuto l'indubbio pregio di evitare un colpo d'occhio mortificante, oltre a crescere una generazione di spettatori educati a un tifo non becero. Ma non esiste artificio coreografico, né coro di voci bianche in grado di edulcorare l'oggettivo distacco dei milanisti da questo Milan. E al netto dei legittimi distinguo di Leonardo, non è che il pubblico abbia poi tutti i torti: il primo tempo col Catania non meritava certo gli applausi. Il problema dello snobismo, dunque, rischia di essere fuorviante. A proposito di caviale e champagne, la folla milanista, a furia di gustarlo nelle sfolgoranti stagioni di Sacchi, Capello e Ancelotti, è perfettamente capace di riconoscere i surrogati. E questa squadra, presentata come un rivoluzionario modello di calcio d'attacco, è appunto un surrogato, pur con l'alibi dell'assenza dei due fuoriclasse Nesta e Pato e degli infortuni a catena dalle prognosi altalenanti.
Nel campionato più modesto degli ultimi anni - l'Inter e lo stesso Milan hanno meno punti della scorsa stagione - il ritornello che il terzo posto attuale è un miracolo non resiste più all'evidenza. E' vero che Kakà se n'è andato e che Maldini si è ritirato. Ma è vero anche che la partenza di Kakà ha offerto spazio a Ronaldinho e che al posto di Maldini ora c'è Thiago Silva, a lungo celebrato come il migliore difensore del torneo, in coppia con Nesta, fino all'infortunio dell'ex azzurro. Ed è vero, soprattutto, che lo spregiudicato modulo di Leonardo sta pagando un prezzo molto alto allo squilibrio tattico: manca la controprova, però non è azzardato ipotizzare che, con un sistema di gioco meno dispendioso per i due mediani (Pirlo e Ambrosini sono all'asfissia), almeno qualcuno dei pareggi rimediati col "4-2 e fantasia" (Marsiglia e Real Madrid in Champions, Livorno, Napoli, Lazio e Catania in campionato) si sarebbe potuto trasformare in una vittoria con meno bollicine ma più sostanza, per tacere delle sconfitte di Parma e a San Siro col Palermo. La resa casalinga al Manchester United, poi ridimensionato dal Bayern di Van Gaal, merita un discorso a parte: fu celebrata come l'esaltazione del coraggio, va forse riletta come un atto di presunzione.
Certo, non sono mancate le pagine gloriose, dal 3-2 al Bernabeu alle due brillanti partite con la Roma, dalle vittorie scoppiettanti col Cagliari ai 5 gol rifilati al Genoa e ai 4 al Siena (negli ultimi due casi, però, schierando il centrocampo a tre). Tuttavia è sempre rimasta la sensazione di un modulo che consegna ad avversari minimamente scaltri il contropiede e che, per funzionare, necessita della perfetta condizione dei quattro giocatori offensivi: contro il Catania né Ronaldinho, né l'acciaccato Seedorf lo erano e la loro immobilità è stata un regalo a Mihajlovic. Modulo a parte, in questa stagione non sono mancate nemmeno le figuracce: i due derby, lo 0-1 in casa con lo Zurigo, lo 0-4 dell'Old Trafford. L'insistenza su alcune scelte (Abate terzino, Huntelaar esterno d'attacco) e su alcune esclusioni (i nazionali Gattuso e Zambrotta confinati in panchina, Oddo emarginato, Seedorf e Inzaghi inseriti tardi all'Old Trafford, circostanza che nel caso del centravanti è ormai un'abitudine) sfiora talvolta il masochismo.
Il prodotto Milan, infiocchettato e pieno di lustrini,è perfetto per l'attuale calcio televisivo fatto di spot, che vende ogni singola partita come un evento epocale. E' un po' meno perfetto per il pubblico da stadio, che ha la memoria meno corta, che d'inverno prende freddo per le dirette tv sottozero e che paga un sacco di soldi, in un momento di grave crisi economica. La protesta degli ultrà milanisti per lo spostamento di Palermo-Milan da domenica 25 a sabato 24, quando loro avevano già comprato i biglietti aerei per la trasferta siciliana, è giustificata. Il presidente della Lega Calcio Beretta farebbe bene a considerarla come l'ennesimo campanello d'allarme: se gli stadi si svuotano, non è perché sono vetusti, come la propaganda in materia vorrebbe far credere, ma per lo strapotere della tv. E il distacco tra il Milan e i suoi tifosi è lo specchio di un malessere che neppure la corsa allo scudetto - ancora possibile per l'aritmetica, malgrado tutto - riesce più a nascondere.
(da repubblica)