ROMA, 20 aprile - La lotta per lo scudetto sembra una banalità e la finale di Coppa Italia quasi una perdita di tempo. Sembra tutto più piccolo davanti alla partita di questa sera, all’immensità dell’avversaria dell’Inter e del suo irraggiungibile genio. Sembrano tornei in miniatura cui l’Inter si è assuefatta. In Italia, da Roberto Mancini a oggi, nessuno è stato più forte dei nerazzurri. Mourinho sa che non è così. Sa che lo scudetto è una conquista grande e che la Coppa Italia lo è un po’ meno solo se troverà l’Udinese in finale. Se ci troverà Ranieri, vorrà vincere anche quella. Ma oggi il manto blaugrana del Barcellona ricopre tutto il calcio italiano e offre all’Inter la possibilità di un sogno mai realizzato da una squadra del nostro Paese. Vincere la Champions, lo scudetto e la Coppa Italia. La squadra dei Moratti ha avuto solo una volta questa possibilità, nel ‘65, con Herrera.
In questo momento della stagione in campionato era seconda a un punto dal Milan, in finale di Coppa Italia contro la Juve e in semifinale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Finì con le vittorie in Europa e in campionato e perse solo la Coppa Italia. Mourinho firmerebbe in un attimo. Poi è successo alla Juve due volte, al Milan ancora due volte e alla Roma nell’ 84, ad aprile potevano vincere tutto, ma nessuno c’è riuscito. Oggi tocca all’Inter provarci. «Abbiamo un grande bellissimo problema», usa queste parole Mourinho per spiegare come si vivono questi giorni, con una partita decisiva ogni 72 ore, una confusione di speranze, stanchezza, emozioni, ansie, una moltitudine di sentimenti che ieri sembravano confluire dentro un rigagnolo di tranquillità. Il vulcano di Mourinho era quieto, nessun nuvolone sul cielo della Pinetina.
Aveva molti pensieri il guerriero a riposo (ma per quanto?) Josè. Ne rincorreva uno e gliene scappava un altro. Messi, per esempio. Non sa da quale parte se lo ritroverà e questo gli crea un problema. Vorrebbe capire, sapere o anche solo prevedere. Invece niente. Messi è il giocatore che può trasformare una sconfitta ( come è già successo all’Inter al Camp Nou) in una disfatta. Come può marcarlo? Come può inaridirne il talento? E poi Xavi, e poi il suo vecchio amico Ibra. Sembra che Mourinho sia intenzionato a riempire la squadra di difensori. Non è questo il suo calcio, ma anche il Barcellona non è calcio. O meglio, non è solo calcio. Ha un’essenza inafferrabile che Mourinho vorrebbe imprigionare. Molto herreriana come idea. Ha una sua logica sul piano tattico, ma se schiera cinque uomini a difesa della sua porta, rischia di inviare un messaggio contraddittorio a una squadra abituata a giocare in Europa con tre attaccanti più Sneijder. Era così nella fantastica notte di Kiev e poi in quella indimenticabile di Londra. Lo stesso messaggio sarà recepito dal Barcellona come un altro indizio di timore, anzi, di paura di una squadra che al Camp Nou ha già preso la lezione che meritava.
(corrieredellosport)