Non piegarsi davanti alle peggiori disgrazie

 

Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta

 

Ci sorprendiamo ad apprendere che anche i disabili praticano sport, abbiamo difficoltà ad immaginare come possano fare a superare le proprie disabilità per praticare un determinato sport, per esempio il calcio praticato dai non vedenti, oppure il basket in carrozzina, eppure il disabile riesce ad eccellere nello sport, ed è anche determinato nei suoi obiettivi, riesce ad ottenere i successi prefissati grazie alla sua capacità, alla sua determinazione, alla sua voglia di emergere, di stare con gli altri, di dimostrare il suo valore, di riscattarsi, comunque tutte motivazioni che si riscontrano negli sportivi non disabili, e succede che anche alcuni atleti disabili facciano uso di sostanze dopanti, così come molti atleti disabili mostrino il loro fairplay come il pluricampione Alex Zanardi, che è un esempio per tutti. (1)

In fisica il termine resilienza indica la proprietà di un materiale di resistere a stress, ossia a sollecitazioni ed urti, riprendendo la sua forma o posizione iniziale (immaginate di schiacciare pallina di tennis).

Per illustrare una modalità di far fronte alle proprie disgrazie, riporto un brano di un testo di Angeles Mastretta, Donne dagli occhi grandi (2): C’è gente contro cui la vita si accanisce, gente che non ha periodi di sfortuna, bensì una serie continua di tormente. Quasi sempe queste persone diventano lamentose, quando incontrano qualcuno, si mettono a raccontare le proprie disgrazie, finchè alle loro disgrazie si aggiunge il fatto che nessuno desidera incontrarle.

Questo non accade mai allla zia Ofelia, perché nonostante la vita l’avesse assediata varie volte con la sua arbitrarietà e si suoi infortuni, lei non assillò mai nessuno con la storia dei suoi dispiaceri. Dicono che fossero molti, ma non se ne conosce neppure il numero esatto, né tantomeno le cause, perché lei fece in modo di cancellarli ogni mattina dal ricordo altrui.

Era una donna dalle braccia forti e dall’espressione allegra, aveva una risata cristallina e contagiosa che sapeva usare al momento opportuno. Nessuno, invece, la vide mai piangere.

A volte le dolevano l’aria e il suolo che calpestava, il sole dell’alba, le orbite degli ochhi. Le dolevano come una vertigine il ricordo e, come la peggior minaccia, il futuro. Si svegliava nel cuore della notte con la certezza che si sarebbe spezzata in due, sicura che il dolore se la sarebbe mangiata in un sol boccone. Ma appena faceva giorno si alzava dal letto, si metteva sul volto il sorriso, si aggiustava lo splendore sulle ciglia e usciva incontro al prossimo come se i dispiaceri la facessero galleggiare nell’aria.

Nessuno osò mai compatirla. Era tanto stravagante la sua forza, che la gente cominciò a cercarla per chiederle aiuto. Qual era il suo segreto? Chi proteggeva le sue afflizioni? Dove trovava il talento per non piegarsi davanti alle peggiori disgrazie?

Un giorno svelò il suo segreto a una giovane donnna il cui dolore sembrava non avere rimedio:

“Ci sono molti modi di suddividere gli esseri umani”, le disse. “Io li divido tra quelli con le rughe all’insù e quelli con le rughe all’ingiù, e io voglio far parte della prima categoria. Voglio che la mia faccia da vecchia non sia triste, voglio avere le rughe che vengono dal riso, e portarle con me all’altro mondo. Chissà che cosa dovremo affrontare laggiù”.

Generalmente la persona resiliente tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti e ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda (locus of control interno-dipende da me); inoltre, tende a vedere i cambiamenti come una sfida e un’opportunità, piuttosto che come una minaccia. Di fronte a sconfitte e frustrazioni questi individui sono capaci di non perdere la speranza (3) (traggono insegnamenti).

La resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo” (mentre mi piego mi preparo), sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza. Chi è resiliente, infatti, non si lascia abbattere da una sconfitta ma ne esce rafforzato, analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere. È grazie a questa dote del carattere che si diventa campioni: alcuni ci nascono altrimenti la si può sempre coltivare.

Il campione veronese di kart Davide Padovani non si arrende (4)

Molti sogni nel cassetto, uno in particolare, da quando era piccolo: l’automobilismo. Poi un incidente, la totale paralisi della parte destra superiore del suo corpo.

Davide ha avuto il coraggio e la forza di ricominciare da dove era stato costretto a fermarsi 15 anni prima. Il 30 giugno del 2011 decide di riprovare l’emozione di guidare ancora su un kart monomarcia: il ritorno in pista è possibile.

Il suo sogno è quello di entrare a far parte del mondo dell’automobilismo professionistico. E ogni giorno continua ad impegnarsi per raggiungere tale obiettivo, dividendosi tra il lavoro nell’azienda del padre, e lunghe ore di duro allenamento nella palestra.

Ha un modello cui ispirarsi, il pilota brasiliano Ayrton Senna: “Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po’ più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all’esperienza. Puoi volare molto in alto”.

Il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi, quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici di stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto (i resilienti individuano risorse e chiedono anche aiuto).

Diventate osservatori, osservate con attenzione i modi in cui reagite agli altri. Cercate di guardarvi come farebbe un testimone esterno, come se si trattasse di una scena teatrale da riprendere con una vido-camera. Cercate di individuare le varie possibilità alternative di risposta (cambiate il finale del testo da rosso a blu).

Chiedete aiuto, anche se in famiglia avete sempre rappresentato la figura “forte” di riferimento, non c’è niente di male a chiedere ai vostri familiari di aiutarvi, di sostenervi emozionalmente e di incoraggiarvi (in questo momento ho bisogno di aiuto)

Ci si riprende meglio se si manifestano i propri sentimenti ai familiari, a un amico o a un gruppo di sostegno (es. defusing, debriefing, alcolisti anonimi). Un amico vi starà ad ascoltare, se cedete al pianto – una reazione spesso utile – saprà aspettare.

Chiunque si sforzi di agire come se non si sentisse mai alterato o infelice è in realtà più fragile di chi ammette apertamente di avere bisogno di consigli e aiuto.

Moltiplicate le esperienze positive (aumentate il blu), le esperienze positive e piacevoli, infatti, rivitalizzano, rafforzano le difese contro le tossine emozionali e forniscono nuove energie per mantenersi forti nelle circostanze avverse.

Lo psichiatra William Glasser ha intervistato decine di persone uscite in eccellenti condizioni da svariate esperienze di pressione estrema, nel tentativo di scoprire come hanno fatto a evitare l’esaurimento (il cosiddetto burnout).

E’ emerso che la maggior parte di costoro era affetta da una sorta di “dipendenza positiva”, ossia avevano un’attività prediletta, come per esempio la bicicletta o il jogging, che si sentivano tenuti a praticare.

Tra le attività emozionali gradevoli si possono annoverare iniziative come trascorrere del tempo in compagnia di un caro amico, portare i figli in posti che amano, cucinare una cenetta per una persona che ci piace, godersi una festa in famiglia, vedere un film divertente o fare qualcosa di speciale con la persona che si ama. Ridere è una potente medicina!

I processi di guarigione e riparazione dell’organismo operano al meglio quando non si fa niente. Ecco alcune attività passive:

-            sedersi ad ascoltare musica con gli occhi chiusi,

-            meditare,

-            farsi fare un massaggio,

-            rilassarsi nella vasca da bagno o nella sauna,

-            farsi un pisolino, riposare o semplicemente sedere all’aperto senza far nulla.

E fare tutto ciò “spegnendo” il chiacchiericcio della mente e godendosi appieno le sensazioni del momento.

Le persone più resilienti sono come bambini mai cresciuti, uno spirito curioso e giocoso contribuisce direttamente alla resilienza, perché il non prendere le cose troppo sul serio e il porre domande aiuta a scoprire come uscire da circostanze difficili.

Si definisce resilienza la capacità di resistere alle frustrazioni, agli stress, in generale alle difficoltà della vita. La resilienza è la capacità di fronteggiare efficacemente gli eventi critici ed avversi sapendo riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà, permette la ripresa dopo un evento traumatico, dopo un infortunio, dopo una sconfitta. La resilienza non è una qualità congenita, è costituita da comportamenti, pensieri ed azioni che è possibile apprendere e sviluppare in relazione anche alle proprie esperienze ed ai propri vissuti.

Tra i fattori individuali che promuovono la resilienza vi sono: Autoefficacia, Locus of control interno, Capacità di porsi degli obiettivi e di trovare strategie adeguate per conseguirli, Progettualità futura, Ottimismo, Senso dell’umorismo.

La persona resiliente affronta i problemi in modo costruttivo, sa uscire dalle situazioni difficili.

Essere resilienti significa essere duttili e flessibili, accettando di sbagliare, sapendo di poter rivedere e correggere le proprie azioni.

Sentimenti come il piacere, l’allegria, l’appagamento, la soddisfazione per il proprio lavoro, l’amore e l’affetto, unitamente a qualche bella risata e a momenti calorosi trascorsi con gli amici, rafforzano le capacità mentali essenziali alla soluzione dei problemi.

Alcuni tipi di attività gradevoli accrescono la forza di resilienza, il gioco, per esempio, contribuisce a sviluppare capacità fisiche, autocontrollo e conoscenze, oltre a migliorare la salute. I piacevoli momenti trascorsi con gli amici rafforzano il sistema immunitario e arricchiscono il patrimonio di risorse sociali cui si può attingere in tempi difficili.

Le energie accumulate nelle fasi positive sono durevoli, restano a nostra disposizione per quando saremo colpiti da un evento avverso o ci troveremo ad attraversare un lungo periodo di difficoltà. Prendersi il tempo per ridere, apprezzare i momenti piacevoli e godere delle piccole cose sono atteggiamenti che influiscono sul cervello e sul sistema nervoso potenziando le abilità di problem solving e questo, a sua volta, rafforza la resilienza.

Tra i fattori individuali che promuovono la resilienza vi sono: avere relazioni sociali intime, flessibilità/adattabilità (essere cooperativi, amabili e tolleranti e inclini al cambiamento), essere assertivi e saper chiedere aiuto, sensibilità interpersonale, autoefficacia, locus of control interno, capacità di porsi degli obiettivi e di trovare strategie adeguate per conseguirli, progettualità futura, ottimismo, senso dell’umorismo, rete sociale di supporto informale. (5)

Tutte queste caratteristiche possono essere incrementate con un lavoro di mental training che permette al campione di eccellere partendo da un lavoro di autoconsapevolezza per individuare e cercare le proprie risorse personali e proseguendo con un lavoro sul goal setting e sviluppo di autoefficacia personale.

 

(1)      Simone M., O.R.A. Obiettivi, Risorse, Autoefficacia. Modello di intervento per raggiungere obiettivi nella vita e nello sport, Edizioni ARAS, Fano, 2013, p. 33-34.

(2)      Mastretta A., Donne dagli occhi grandi, Giunti, Milano, 2008, pp.140-1.

(3)      Bonfiglio N.S., Renati R., Farneti P.M., La resilienza tra rischio e opportunità. Un approccio alla cura orientato alla resilienza, Alpes, Roma, 2012.

(4)      Sport di più magazine Anno 4 – n. 20 novembre dicembre 2012, pag. 60-61.

(5)      Sielbert A., Il vantaggio della resilienza, come uscire più forti dalle difficoltà della vita. Edizioni AMRITA, Torino, 2008.

 

Matteo SIMONE        

Psicologo, Psicoterapeuta

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