Modi considerati assurdi nel condurre una psicoterapia

Matteo SIMONE

Ritengo molto interessanti la lettura dei testi di Carl Withaker, ho letto “considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia”, col quale l’autore presenta la sua biografia e la sua evoluzione personale e della Terapia della famiglia.

E’ passato dall’individuo, iniziando a lavorare con la psicoterapia individuale con diverse tecniche a partire dal biberon, la lotta, il gioco, l’addormentarsi in seduta e continuando con la coterapia in psicoterapia individuale, fino alla famiglia trigenerazionale.

Racconta di aver iniziato la sua professione di medico ginecologo, durante la quale gli è morta anche una sua paziente, poi è passato alla psichiatria interessandosi alle famiglie con figlio schizofrenico: “Ci era ormai chiaro che il motivo che spingeva le persone a lavorare con gli schizofrenici era il desiderio di incontrare la propria parte psicotica – quella che attualmente viene attribuita al nostro emisfero destro – la parte non analitica, solistica della nostra corteccia cerebrale”( Carl A. Whitaker, CONSIDERAZIONI NOTTURNE DI UN TERAPEUTA della FAMIGLIA, Roma, Astrolabio, 1990:46).

Ha sperimentato molto durante il suo lavoro, ha lavorato, oltre con riferimento a teorie, anche improvvisando, lasciandosi guidare dall’istinto e apprendendo, imparando, crescendo con i suoi pazienti, sua moglie e i suoi colleghi.

Infatti, da subito ha capito che da solo era difficile lavorare con persone problematiche e ha cercato aiuto sia in supervisione, sia lavorando con coterapeuti anche con singoli pazienti.

Ha pensato di passare alle famiglie per aver sperimentato che anche se la singola persona migliorava con la psicoterapia, una volta tornata a casa si relazionava con il suo sistema e quindi ricadeva nel precedente adattamento: “spesso, dopo aver tirato fuori il paziente dalla sua psicosi e averlo portato a un sufficiente livello di maturità, interveniva la famiglia distruggendo i nostri tentativi terapeutici. Questa constatazione ci indusse a cominciare dalla famiglia” (pag. 45), “spesso, una volta che il paziente era guarito dalla sua componente psicotica, la famiglia, anche se si trovava a mille miglia di distanza, trovava il modo di fargli interrompere la terapia, facendolo precipitare nuovamente nella psicosi” (pag. 48), “La coterapia con gli schizofrenici ha dato buoni risultati … a patto che non rientrassero in famiglia. Quella sconfitta è stata molto dolorosa, ma ha innescato la svolta successiva: il passaggio alla terapia familiare” (pag. 67).

Quindi è passato al lavoro con le famiglie, con le quali ha avuto bisogno dell’aiuto della moglie che gli faceva da coterapeuta o di altro collega, in quanto ha sperimentato che la famiglia era complessa ed era difficile lavorare da soli con loro, in coterapia c’era una supervisione diretta, inoltre la famiglia sperimentava la presenza di due figure che potevano rappresentare la coppia genitoriale, infatti affermava che la famiglia poteva considerarsi come un figlio, nel senso che andava seguita fino al processo adolescenziale dove poteva decidere di poter prendere la propria strada: “ci interessammo sempre di più alla possibilità di utilizzare due terapeuti, un concetto assimilabile alla condizione genitoriale. Ipotizzammo che il primo contatto paziente terapeuta ricalcasse il modello madre-figlio, e che il secondo terapeuta assumesse il ruolo di patrigno o di padre, e fosse di conseguenza interessato alla realtà e più propenso a instaurare un rapporto di tipo ‘io-tu’, al posto del primario, materno ‘noi’” (pag. 44).

Nel testo vengono riportati dei modi considerati assurdi nel condurre una psicoterapia, per esempio, lavorando con bambini, usava il biberon per indurre una certa regressione, successe per caso che pazienti psicotici vedendo il biberon si sono attaccati sperimentando una regressione terapeutica e questo diventò un modo di lavorare da poter provare ad emulare: “non era il paziente ad avere bisogno di quella tecnica, ma il terapeuta. Stavo imparando a essere materno e, una volta sviluppate consapevolezza e abilità in questo campo, non ebbi più bisogno di ricorrere al biberon” (pag. 36).

Inoltre ha sperimentato la psicoterapia con la lotta: “scoprimmo che il biberon era un ottimo sistema per indurre la regressione e stimolare la crescita, ma che si potevano ottenere buoni risultati anche attraverso la lotta” (pag. 40) ed ogni nuovo metodo lo applicava per un certo periodo fino a che ne sperimentava uno nuovo.

Usava anche addormentarsi in seduta, parlare dei suoi sogni: “addormentarmi in seduta era un mezzo per entrare in rapporto con me stesso e con le mie introiezioni del paziente e, contemporaneamente, anche una maniera di comunicare con lui. Questo tipo di comunicazione era di solito più efficace di qualsiasi concettualizzazione del mio emisfero sinistro” (pag. 43), usciva dalla stanza e rientrando dava varie giustificazioni.

Con i suoi colleghi usavano incontrare singolarmente una famiglia intera per la prima seduta, mentre per la seconda si presentavano con l’intera famiglia ad un altro collega che gli faceva da consulenza in presenza della stessa famiglia: “Scoprimmo, e poi utilizzammo di routine, il secondo colloquio di consulenza. Sembra che il primo terapeuta debba fare i conti con tutti i tipici problemi di una madre: tende a perdonare tutto, ad accettare tutto e a richiedere molto poco in cambio. Il consulente che interviene nel secondo colloquio tende ad assumere un atteggiamento molto più paterno: rivolto verso la realtà, esigente, intellettuale; molto meno incline ad accettare la presentazione del problema e molto più libero di concettualizzare la situazione in termini globali e gestaltici. Il confronto fra di noi, a meno che il caso non fosse particolarmente grave, avveniva di fronte alla famiglia. Il consulente formulava una diagnosi e una proposta terapeutica. Poi ci spostavamo nel suo studio, dove io facevo a mia volta da consulente per le sue famiglie. Il primo terapeuta aveva principalmente la funzione di segretario. Le idee, le intuizioni, le concettualizzazioni spettavano al consulente” (pag. 50-51).

A fine carriera è passato a lavorare con più generazioni di una famiglia e quando lo chiamavano per un appuntamento lui faceva una “battaglia per la struttura”, nel senso che si assicurava se tutti i componenti della famiglia erano disposti ad andare in terapia, comprendendo le tre generazioni o altre persone conviventi o importanti, ed era sempre lui l’ultimo a decidere, la persona che chiamava doveva capire che era lui ad avere il potere, e affermava che è meglio non riuscire ad iniziare una terapia che iniziarla e non riuscire. Altra battaglia che faceva era quella per l’iniziativa, nel senso che dava ad intendere che la famiglia non doveva aspettarsi che lui gli doveva risolvere il problema, ma dovevano essere loro ad essere partecipi ed impegnarsi a fare qualcosa per ottenere un minimo cambiamento: “La fase iniziale della terapia richiede un colpo di stato da parte del terapeuta, che deve dimostrare di detenere il potere e il controllo del processo terapeutico, permettendo così alla famiglia di trovare il coraggio per cambiare il suo modello di vita” (pag. 55).

Affermava che con la terapia famigliare preferiva iniziare con il far parlare il padre, per poi passare ai figli e concludere con la madre, in quanto bisognava coinvolgere la persona più periferica che in genere è il padre che sta di solito più fuori la famiglia e che comunque molte volte dipendeva da lui se continuare la psicoterapia perché poteva facilmente opporre resistenza e quindi provocare l’interruzione della psicoterapia della famiglia, ed ai singoli componenti la famiglia veniva chiesto come funzionava la famiglia.

Essere è divenire

…agire è un modo per impedirsi di essere, nel senso che si ci si dà abbastanza da fare, non si è obbligati a essere qualcuno.

Il primo passo consiste nell’imparare ad ascoltarsi: avere il coraggio di aspettare quando non succede nulla, aspettare che qualcosa accada dentro di noi, non fuori di noi, non grazie a qualcun altro diverso da noi. La creatività richiede tempo e solitudine. Conosco uno psicoterapeuta che va sulla cima di una certa montagna, pianta una tenda e passa lì un paio di settimane all’anno, senza fare nient’altro che stare con se stesso.

…meditare è dedicarsi 20 minuti al giorno o il sapere che un amico è qualcuno con quale si può stare in silenzio” (pag. 69-70).

L’intimità del suicidio come evento a due

Una delle maniere di aiutare un paziente ad affrontare i propri impulsi suicidi è quella di coinvolgerlo in una fantasiosa proiezione del futuro. Cosa accadrebbe se riuscisse a suicidarsi? Per quanto tempo papà piangerebbe? Chi verrebbe al funerale? Per quanto tempo piangerebbe la mamma e i fratelli? Cosa farebbe la famiglia dei suoi effetti personali? Farebbero un funerale di lusso con tonnellate di fiori? Questo è un processo nel quale la sua fantasia intrapsichica – ‘Vedranno quando io sarò morta e non ci sarò più!’ – viene convertita in una fantasia interpersonale” (pag. 84-85).

Il suicidio del matrimonio

Le persone che restano sposate non si limitano a restare sposate: passano dall’essere unite, all’individuarsi, e poi al riunirsi o risposarsi nuovamente. Questo processo avviene ogni giorno o ogni ora

La crescita del matrimonio … consiste in un processo senza fine di alternanza dialettica tra unione, con il relativo pericolo della schiavitù, e individuazione, con il rischio dell’isolamento. Non c’è soluzione a questo processo senza fine, a quest’alternanza fra appartenenza e separazione.

…il divorzio è diventato un mezzo per spezzare il legame, la schiavitù che si crea quando due individui sommergono la propria identità e diventano delle non-persone per amore dell’unità simbiotica nella complementarietà del matrimonio.

…imparare ad amare e a diventare parte del noi senza distruggere se stessi è un progetto a lungo termine…Così il matrimonio … diventa … un vero gioco di squadra, una laurea in relazioni umane, in cui si pattuisce di entrare sempre più in relazione con un altro individuo, in modo da raggiungere la totale espressione del proprio sé. Come dice Martin Buber, questa espressione totale della completezza del proprio sé è possibile solo nell’ambito di una relazione libera con un altro individuo. Decidendo di non sfuggire alla lotta si riesce a scoprire sempre più la propria forza e sempre più ciò che io sono, nel diventare sempre più ciò che noi siamo” (pag. 116-118).

 

Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

3804337230 - 21163@tiscali.it

http://www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

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