Tentati all’usare sostanze dopanti

Matteo SIMONE

psicologo, psicoterapeuta

 

Quando si diventa campioni, professionisti, non è più sufficiente la sola motivazione intrinseca per ottenere risultati, cioè il piacere, la soddisfazione nel riuscire. Per ottenere la massima prestazione, oltre alla motivazione intrnseca, è importante che ci sia anche una motivazione estrinseca e, cioè, l’essere riconosciuti dagli altri, ottenere i contratti con gli sponsor, i guadagni più elevati.

E’ importante che ci siano entrambe le motivazioni perché se si viene a perdere il piacere nel fare un allenamento, nel fare una prestazione, se si fa sport solo per guadagnare, in questo caso non si è più disposti a perdere, si accettano con più fatica le sconfitte, gli infortuni e si è più facilmente tentati all’usare sostanze dopanti; potrebbe essere questo che ha portato Alex Schwazer, il nostro campione di marcia, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra del 2012, a far uso di sostanze, l’aver dato importanza solamente al valore della vittoria e non al piacere, alla soddisfazione nel riuscire a fare un allenamento faticoso, nel riuscire a superare un test duro in previsione di una competizione internazionale, se lo sport diventa solamente fatica, solamente sofferenza, solamente rinunce, lo sportivo crolla, diventa vittima di uno stress che da solo non riesce a gestire e c’è il rischio che arrivi a pensare che senza vittoria è una nullità perché è abituato a riconoscersi solo attraverso gli apprezzamenti degli altri. (1).

Sul Atletica, Magazine della Federazione Italiana di Atletica Leggera, n. 1 gen/feb 2013, è riportata un’intervista ad Alfio Giomi nuovo Presidente FIDAL il quale così si esprime rispetto al caso Schwazer (2): “Non riesco a capire che cosa sia realmente accaduto. Più passa il tempo e più diventa difficile delineare i contorni di questa storia. C’è dentro tutto e il contrario di tutto. Tanti interrogativi. È mai possibile che Schwazer abbia fatto tutto da solo? Ma se non ha fatto tutto da solo, che cosa c’è dietro? E tutto quando ha avuto inizio? E per quali motivi? Penso che di questa vicenda si sappia solo una parte di verità. Per evitare di essere accusato di superficialità, ritengo giusto non emettere giudizi”.

Inoltre così si esprime rispettto al doping: “La federazione farà tutto il possibile e anche di più per combatterlo. Ho scoperto che noi non possiamo più fare i controlli a sorpresa. Spettano al Coni. Noi possiamo solo segnalare i casi che a nostro avviso destano qualche sospetto. Io avrei preferito fare i controlli direttamente, ma non metto in discussione le regole. Di sicuro faremo più esami perché i nostri atleti abbiano una passaporto biologico garantito. Non a caso abbiamo raddoppiato l’investimento nel settore sanitario. Vogliamo arrivare a una sistematicità di analisi in strutture pubbliche o convenzionate. Ma soprattutto basta con questa storia per cui “senza il doping non si vince”. Il doping fa male prima di tutto alla testa. Io invece dico: “senza doping si può vincere”. È un problema di mentalità, di organizzazione della propria vita, tra allenamento in campo, tempi di recupero, riposo, alimentazione”.

 

(1)       Simone M., O.R.A. Obiettivi, Risorse, Autoefficacia. Modello di intervento per raggiungere obiettivi nella vita e nello sport, Edizioni ARAS, Fano, 2013 (in corso di stampa).

 

(2)       Atletica, Magazine della Federazione Italiana di Atletica Leggera, n. 1 gen/feb 2013, pag. 15-16.

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